Via del Rifugio, 43. Interno B, Scala A.
Ci vivo ormai da qualche settimana e scorgo ogni tanto la tenda, giusto per relazionarmi coi vicini, per segnare uno stacco col vecchio inquilino, vecchio così tanto che in questo appartamento c'è morto di senilità. Senilità che sto stronzo m'ha lasciato tra le pareti, nei colori che si respirano in questa merda di casa, nella sistemazione metodica dei mobili che per prima cosa ho tirato giù, per liberarmi della grevità che m'aveva lasciato. Ovviamente tralascio l'argomento carta da parati...
Poi ho sostituito le lampadine, tutte rigorosamente a incandescenza, con quelle a risparmio energetico celando la mia fobia del senile con la simulata indole ecologista-altermondialista e scemenze no-global varie. Una casa brutta, l'unica che potevo permettermi pur di vivere nel centro di una città che centro pare non ne abbia, ma questo l'ho scoperto solo dopo. Dopo settimane in cui avrò passato da sveglio appena qualche ora in questo postaccio da romanzo maledetto, sento un suono assolutamente nuovo, il mio cervello impiega qualche frammento di secondo per capire che ho un citofono, che un dito l'ha sfiorato e che qualcuno vuole interfacciarsi col sottoscritto.
Rispondo subito con la amara consapevolezza che ad uno stramaledetto vecchiaccio qualcuno lo cerca e a me non mi ha ancora cercato nessuno (madò, quanto mi piace fare il bastonato). Impiego tre secondi a capire che non ho a che fare coi testimoni di Geova, cinque per rendermi conto che non sto parlando con quelli del Pmli (anche perchè quelli vengono la domenica mattina, di solito, alle 7.30, puntuali, la rivoluzione non attende mica il vizietto piccolo borghese di alzarsi tardi!) e 6\7 per capire che è Enrico, il mio migliore amico. L'avevo lasciato che viveva a Londra, che minchia ci fa qua? Lui non verrebbe mai in una città come questa, mah! La cosa più divertente è che la mia casa ad un certo punto diventa variopinta per via dei suoi innumerevoli piercing, tatuaggi e multiformi colori che ha assunto nel frattempo la sua chioma.
“Enrico! Che cazzo ci fai nella città più grigia d'Italia?” E lui: “Andre, non puoi capire, devo parlarti per forza, metti su il caffè e fai subito questa” mi dice mentre indica un pacchettino trasparente pieno di foglie che non ricordano neanche lontanamente quelle del tè verde. Allora, il caffè sta sopra, le foglie avvolte al posto giusto e la discussione ha inizio. Enrico ha visibilmente fatto più fortuna del sottoscritto, mi racconta della sua permanenza a Londra, di una pubblicità tormentone del mondo anglosassone che ha progettato lui e di una svariata sequela di fidanzate con cui è stato in questo enorme lasso di tempo. Allora io mi lamento del mio lavoro, della sfera sentimentale che ovviamente va a puttane in senso solo letterario, ovviamente, e di quanto mi piacerebbe tornare in Sicilia, coi compagni, gli amici etc. Ma lui freme, lo conosco dal lontano 1994, anno di morte di Kurt Cobain e della famosa scesa in campo, un anno di merda se non fosse che ho conosciuto lui, va. Allora visto che mi rendo conto che ha dell'altro da dirmi non mi dilungo coi miei discorsi metafisici sul sentimentale, sulla rivoluzione emotiva e le cazzate con cui friggo il cervello a svariati esseri umani che hanno la sfiga di trovarsi nel mio raggio d'azione. Caspita, finalmente si lascia andare. Pare che a Londra Enrico, tra feste punk negli squat la notte e agenzie pubblicitarie con le pareti bianche durante il giorno, abbia conosciuto un tipo strano, una sorta di guru indiano che gli ha detto che sarebbe dovuto venirmi a trovare qua, proprio qua. Non appena Enrico finisce di dirmi questa cosa in effetti mi rendo conto che io non gli ho mai comunicato questo indirizzo e pare sia stato sto tipo a comunicarglielo. La storia è molto semplice e io da ateo-materialista-razionalista-cartesiano-marxista-etc ovviamente non ci credo. Questo appartamento è dotato di una porta di comunicazione metafisica col mondo delle emozioni umane, una sorta di medium oggettivo tra l'uomo e i suoi più intimi sentimenti. Però il nome sul citofono c'era e anche tanti suppellettili di chi in questa casa ci ha vissuto ma pare che questa porta con l'aldilà emotivo ha sempre convissuto con l'affittuario. Strani sti sciamani, hanno il mondo intero in mano e risparmiano sugli affitti, mah! A questo punto indico subito la classica porta chiusa che si trova in ogni appartamento in affitto, la stanza che il padrone di casa usa per tenere la sua robaccia, per continuare a rivendicare semplicemente il possesso di quella che vuole farti pensare essere casa tua, insomma la porta vicina al cesso. È ovviamente chiusa a chiave e la chiave passe par tout delle altre porte, come in un qualsiasi Horror trash anni 80, non la apre manco se lo sciamano londinese fa il ballo della pioggia.
Ma stiamo parlando di Enrico, uno che in confronto Mcgiver deve prendere ripetizioni dai Boy-scout. In meno di tre secondi la porta è spalancata. E la delusione si disegna sul volto di un amico consumato dalle droghe tanto da abbandonare Londra, il lavoro, la sua vita per venire a porre chissà quale domanda ad una inesistente porta che svela i segreti dei sentimenti.
Dentro era come ci si può aspettare una stanza chiusa dentro un appartamento così brutto. Io veramente non pensavo potessero esistere mobili così brutti, cornici alle pareti che mia madre non avrebbe messo neanche in campagna, abitazione nota per il riciclo di elementi d'arredo di serie b.
Ci troviamo dinanzi una stanza da letto in legno marroncino chiaro, color pelo di cirneco dell'etna, razza canina poco nota al nord Italia ma abbastanza nota al nostro immaginario comune siculo.
“Enrico, che cazzo! Mi hai fatto rompere una porta per farmi scoprire che esiste qualcosa di più brutto del soggiorno in questa casa? E che cazzo! Sei uno di successo e credi ancora a 'ste barzellette! Non ti puoi accontentare dell'oroscopo, come tutte le persone normali? No! Lui deve scoprire tutte le trame della complessità emotiva, Enrico, ma mi stai ascoltando?
Enrico si ferma a guardarmi e mi dice: “tu non hai ancora varcato la soglia, è per questo che vedi solo la mobilia e nessuna verità sulla tua vita emotiva, devi fare il passo, a me è passata davanti la risposta che cercavo...”
Mi gratto la testa e acciglio la fronte, due mosse che mi esprimono in fase dubbiosa e comincio a prenderlo per il culo, lo distolgo dalla conversazione e lo convinco a tornare di là. Adesso gli è venuta una gran fretta di andarsene, una stramba frenesia di chi ha da chiarire migliaia di cose,
è lui che non vuole più accennare a 'sta storia della porta e si sente non in sintonia con me, probabilmente perchè pensa che io non lo creda.
In cucina beve il suo caffè ormai freddissimo mentre ha già addosso la giacca. È visibilmente scosso e allora gli dico, in nome della nostra antica amicizia, che in fondo qualcosa di strambo l'ho percepita anche io, che queste cose non sono del tutto sceme etc. Non se la beve, mi lascia con un abbraccio sommario e oltrepassa l'uscio di casa mia. Lo vedo scendere dall'interno B attraverso la scala A e lo vedo abbandonare la via del Rifugio. Mi concentro un attimo sulle estati in pantaloncini corti, sulla nostra infanzia-adolescenza-maturità, dalle ginocchia sbucciate, alla prima sbronza, dalla prima fidanzata alla vita universitaria e poi, un pensiero più forte, più intenso di cento amicizie, di mille sentimenti, di decine di emozioni, di dozzine di scazzi e pensieri più o meno intensi: io in fondo la soglia non l'ho varcata, o meglio c'ho provato ma non ci sono riuscito. Hai ragione, Enrico, io vedo solo la mobilia. Non fa ancora per me tutto il resto.
Devo ancora attraversarne di strade per potermi rifugiare nella Via del Rifugio, malgrado ci abiti già.

bello!
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