sabato 21 maggio 2011

Emozioni surgelate



Mi chiamo Amedeo.

Lavoro in questo ipermercato indiano ormai da 2\3 anni, ho letterarmente perso il conto dei giorni passati a fare il commesso qua dentro.
In compenso ho imparato un sacco di cose. Ad esempio conosco tutte le abitudini alimentari degli adolescenti indiani, delle casalinghe bengalesi, dei quarantenni cingalesi. So distinguere lo sguardo fiero di una famiglia indianina che viene a fare la spesa per il pranzo di gala che porterà a nozze la figlia e riesco anche a capire quando questa gente, così lontana da noi, contrae le nostre patologie. Mi riferisco ai depressi, categoria che fra questo popolo non è molto diffusa, ma se uno viene alla cassa con la barba incolta comprando solo patatine, cioccolata, superalcolici e film di Woody Allen voi come lo chiamate?

Ma la cosa più figa è che quando mi trovo a parlare coi miei amici iper-radical-chic esperti di cinema io sono in grado di sfoggiare una impressionante cultura cinematografica nell'ambito della produzione Bollywoodiana. Ovviamente loro non immaginano neanche lontanamente da dove venga questa mia conoscenza del cinema indiano perchè non vado orgoglioso del mio lavoro; per tutti io faccio uno di quei bizzarri lavori coi nomi in inglese, tipo economy management, insomma una di quelle espressioni di cui nessuno mai ha il coraggio di chiedere di più. Molto spesso mi dico pure che probabilmente questi lavori postmoderni in realtà siano tutte coperture per tristi commessi di supermercati Indiani.
Ogni giorno potrei stilare un intero trattato sociologico se non fossi affascinato dal solo fatto che questo posto è il rifugio a qualunque mia funzione emotiva o razionale. Non voglio farvi la pippa sul lavoro alienante, su quanto sia degradante stare alla cassa di un supermarket etc. Per quello basta parlare con un qualsiasi precario dell'universo. Io sono felice di fare questo lavoro, mi allontana, mi separa. Non si tratta di alienazione ma piuttosto di rimedio ad una forma strana di disaffezione all'affezione.... Difficile, vero? Beh, io ho dovuto vendere 10.000 buste di pollo tandori surgelato prima di maturare questa consapevolezza, voi sarete costretti  a leggere solo poche righe.
Poco prima che iniziassi a lavorare qua, poco prima che indossassi questa ridicola divisa con tanto di berrettino della catena di supermercati indiani c'era dell'altro dentro la mia vita. C'era la facoltà di economia, c'era la passione per la scrittura, c'erano molti meno amici all'estero e c'era uno straccio di emozioni.
Poi è venuto il grande freddo dentro la mia esistenza e per questa stramba ragione riuscii a diventare caporeparto surgelati in questo supermercato. E allora  così come con cura e dedizione nella mia vita congelavo i suoi sguardi, i nostri momenti, le nostre parole, dentro la mia nuova carriera lavorativa diventavo uno straordinario surgelista provetto. Intere curve di strambe minestre conservate quasi per l'eternità, intere giornate vissute respiro su respiro, di quelli che non sciolgono i ghiacciai. Respiri affannosi. Il grande freddo non mi ha avvisato, non s'è fatto annunciare. Ad un certo punto lui c'era, era la mattina nel mio pensiero costante, era durante il giorno mentre studiavo o andavo al lavoro, era con me anche quando stavo con gli altri, lì, a farmi perdere il calore delle singole cose, la percezione di quello che riesce a darti ogni singolo pixel dell'esistenza. Ecco, il grande freddo mi ha ristretto il campo, non mi ha fatto più scorgere che dietro ad una immagine ci stanno centinaia di frammenti, che dietro ad un racconto ci sono migliaia di caratteri e che dietro la nostra complicità c'erano migliaia di altre cose.
Una nuova commessa, Anjali, rigorosamente indiana come le zuppe surgelate che hanno prodotto il mio successo lavorativo, è stata assunta per dare una mano nei turni di pulizia del fine settimana. Beh, sappiatelo, provarci con una donna indiana è difficilissimo. Dopo due settimane sono riuscito a scambiarci più di due parole che non fossero ciao ciao. Alla terza settimana ho provato ad offrirle un caffè e miracolo, le sue labbra mi han pronunciato un articolatissimo: "No, non ne bevo". Non ho buttato la spugna, ho cercato di allontanare il grande freddo, questa ragazza mi incuriosisce davvero. Allora giovedì scorso mi son messo a ballare tra i corridoi del supermercato, tra gli scaffali del tè e quelli del detersivo, seguivo la stridula melodia di uno stramaledetto cd indi (e non indie, purtroppo) che detesto ma che ho apprezzato per attirare l'attenzione di Anjali. Sono riuscito a scatenare la sua ilarità, ho generato una risata dentro quella porzione di armonia che è il volto di questa stupenda ragazza indiana. Ho fatto in modo che si producesse una curva tra l'arcatura di due occhi così perfettamente disegnati e mi sono sentito meglio. Dopo quel giorno Anjali è venuta al lavoro di buon umore, probabilmente le avrò fatto molta simpatia improvvisandomi ballerino.
Siamo usciti, strano a dirsi, è successo, cazzo!
Tutto regolamentare, cena, birra, chiacchere, sigarette, lunga passeggiata e un po' di nostalgia che non fa mai male, almeno così mi ricordavo. Riesco a convincerla a salire a casa mia senza bisogno di invocare Shiva o Vishnu, è tutto naturale, anche se il freddo lo sento lo stesso. Lo comincio a sentire sempre più, scalino dopo scalino, al punto che quando apro la porta di casa un brivido non metaforico di freddo mi arriva sin sopra il collo, fino alla nuca. Arrivato lì mi pare tutto irreversibile, quello che ho pensato nei giorni passati, che Anjali potesse liberarmi da questa storia del freddo, del congelamento, mi sembra assolutamente una balla. Mi pare tutto complicatissimo e mi auguro che da un momento all'altro decida di alzarsi ed andarsene, che decida che è stato bello fin lì e spingersi oltre non le andrebbe affatto, insomma le paranoie classiche da donna occidentale. Invece  non so chi dei due abbia iniziato ma ad un certo punto mi sono reso conto che ci troviamo dentro ad uno strano gioco di mani, la mia destra e la sua destra. Dita tra dita. Palmo e dorso. Sguardi concentrati tra i pollici e le vene che delineano le nostre porzioni di pelle che si sfiorano, una percezione che ancora ora mi viene difficile a spiegare. Un gioco che va avanti per un po', un continuo accarezzarsi che regala alle mani la metafora di altre parti del corpo, di decine di parole e altrettanti pensieri. L'incontro del piacere, il dominio dell'intero corpo in una porzione di corpo, sfiorata con l'altro. Il nostro intimo gioco; strappiamo al quotidiano la funzione delle nostre mani, spalanchiamo il senso del toccarsi e ci riprendiamo un briciolo di calore.
Non so dirvi perchè quella sera io ed Anjana non abbiamo fatto l'amore ma di certo so che quello strofinio ha sciolto decine di emozioni surgelate come dei minestroni al sole d'estate.

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