Se ne sta là, in quella fredda stanza bianca di un bianco amorfo. Una piccola stanza arredata con buon gusto e pochi spiccioli, piena di libri e cianfrusaglie; aldilà della porta c'e una grossa cassettiera col cassetto di mezzo spalancato, i maglioni e le sciarpe a vista, poco più in là un termosifone gelido con la biancheria intima sopra e nell'altra parete un letto ad una piazza e mezza rifatto forse due o tre giorni fa. E' la parete di fronte squarciata da un grosso finestrone circolare il vero pezzo forte di tutta la casa, l'elemento che aveva convinto la ragazza a prendere la casa, quella casa, su quella strada, da guardare attraverso quella finestra. Ora le sue gote sono appiccicate al vetro della finestra circolare, le sue orecchie cercano di bisbigliare il rumore della città tra la fitta trama di elementi più o meno sabbiosi che compongono quel vetro. Un vecchio giradischi pompa i suoni sintetici dei Depeche Mode, mentre il fumo grigiastro dell'ennesima sigaretta s'accumula all'angolo del tetto, quasi a desiderare di uscire o molto più semplicemente a cercare di ingiallire ancora di più il lampadario che fu di carta bianca. Una piccola crepa si intravede sopra la testata del letto, coperta in parte da un poster di stoffa, un vecchio regalo di un fidanzato appassionato di robaccia etnica che Roberta non amava per nulla, nè la robaccia nè il fidanzato in realtà. Il fidanzato l'aveva lasciato, l'arazzo pure, l'aveva lasciato là, appeso al muro, sopra il letto.
E' così che Roberta conduce la sua vita, una vera e propria crepa coperta da un tappeto per pareti, una vita precaria tappata da un lavoro saltuario. Mentre la puntina del vinile trasmette "Never let me down again" Giulio appare sull'uscio della porta; con un cenno gentile dissuade Roberta dai suoi pensieri malsani e poco dopo stanno già facendo l'amore. Non è che Giulio sia straordinariamente bello, neanche interessante ma riesce a portare nella sua vita un che di leggerezza. Semplicemente lui riesce a farla sorridere come nessun altro, riesce a fare in modo che l'ilarità si disegni sul suo volto, che una risata solchi i tratti marcati del suo viso.
E pensare che erano già stati assieme, le loro vite si erano già incrociate per allontanarsi per un lungo periodo in cui entrambi avevano fatto altro, vissuto in città diverse e non s'erano sentiti per molto tempo. Poi Roberta ruppe il tacito e non del tutto condiviso accordo e invitò Giulio a trascorrere un fine settimana nella sua nuova casa, questa con la grande finestra circolare. Da lì in avanti fu difficile staccarli, tutti e due. S'erano già amati, dicevo, di un amore squilibrato ed altalenante, un amore da primi anni di università, quando le relazioni serie ti sembrano una follia che affatica la tua esistenza. Nella prima tranche del loro rapporto Giulio aveva messo tutte le sue energie su di lei, se n'era innamorato profondamente, ne aveva fatto la sua musa, e in seguito la sua malattia. Com'è chiaro in questi casi lei lo lasciò, lui ci stette malissimo e non le rivolse la parola. Ma poi, come la corteccia di questi odiosi alberi sempreverdi che si vedono dalla stanza di Roberta, tutto si è rigenerato, tutto ha riacquistato un suo equilibrio e ognuno s'è ripreso una sua dimensione. E' solo che oggi proprio Roberta tornerebbe indietro, cancellerebbe quella breve telefonata: "Ciao Giulio, quanto tempo! Come stai? Sai che ho preso casa qua? Perchè non passi?" e se ne starebbe tutta sola, lei e le sue gote su quella finestra. Ma proprio ora vorrebbe cancellarla quella telefonata, mentre Giulio è sopra di lei e si dimena, cercando di entrare in sincronia col ritmo di Roberta, ostinandosi a pensare che Roberta in quel momento abbia voglia di seguire un ritmo. Si sa come vanno ste cose. Di lì a breve Giulio finisce, lei è distante e lui allora le chiede: "Cos'hai?" Tutto si complica se la risposta è: "Niente, dev'esserci per forza qualcosa, dev'essere straordinariamente bello o non può essere anche normale ogni tanto?"
Ecco, tutto si comincia a complicare, a quel punto. "Giulio, non lo so, è solo che sono fatta male, non riesco ad essere felice. Credo sia meglio non vedersi per un po', è da qualche giorno che ci penso, vivo questa cosa con ansia, non ci sto più bene dentro al rapporto. Credo che sarò più serena quando avrò trovato la mia di serenità e invece inseguo la serenità con te, cioè con me e te, fra me e te. Non trovi che sia meglio così?" Certo, Giulio la pensa esattamente così, ci mancherebbe, è lieto che ci sia sintonia anche nella dissoluzione del loro rapporto, nella disfatta totale del suo più profondo desiderio...certo, lo pensa, si si! Sti cazzi! Non passa poco tempo ma neanche una eternità: Giulio s'è rivestito e sta fumando una sigaretta, una di una lunga serie, per quel pomeriggio, ma sarà anche l'ultima delle sue che contribuirà ad ingiallire il lampadario di carta. Roberta lo accompagna alla porta e si sposta per evitare di lasciarsi baciare ed ora è di nuovo sola, ha la possibilità di costruirsi la sua serenità. Chiaramente per prima cosa mette in ordine la stanza ma subito dopo riappiccica le sue gote alla finestra, seguendo l'anomalia del suo orizzonte, Giulio che entra prepotentemente nel suo campo d'azione per uscirne immediatamente, la metafora di ciò che s'è appena compiuto. Non appena tutto torna al piattume di sempre, a quella rassicurante normalità, gli alberi, il macellaio etc, squilla il telefono: "Mamma, si, tutto bene, è uscito, non lo so, non penso che ci vedremo ancora, dai, poi ne parliamo, per favore, ho un'età, non sono una ragazzina, dai, smettila, vabbè, a domani."
La notte scorre veloce, Giulio chiama circa sei\sette volte ma la determinazione di Roberta vince sei\sette a zero, non gli risponde e s'addormenta con l'amaro in bocca, non pensa nè al vuoto nel suo letto nè a tutta una serie di cose che accompagnano regolarmente gli abbandoni. E' la sveglia a ridestare i suoi pensieri, oltre alle sue membra. La dolcezza che l'ha accompagnata in questi mesi aveva una forma, un nome, un volume specifico che non si relaziona più col suo spazio circostante. Al lavoro tutto funziona come sempre, le angherie delle colleghe invidiose, gli studenti svogliati e il brontolio dell'ora di pranzo che incalza. Nessun altro vuoto nell'esistenza di Roberta. Fa appena in tempo a salire su di un autobus che la conduca sotto il suo osservatorio privilegiato, alla fermata che tanto osserva dalla sua finestra. Il problema è che uno strano magnete non la scrolla dalla fermata, i suoi occhi ora fissano quella stanza, il vuoto di una stanza da cui ha sempre osservato il pieno di una strada desolata. E la desolazione s'è spostata lassù, al terzo piano, tra i contorni di una tonda finestra che le ha fatto scegliere questa casa piuttosto che un'altra, tra le trame del vetro da cui ama percepire l'esterno e da cui ora intravede la sua nuova vita. E' strano, strano forte a dirsi, ma le sembra di scorgere, malgrado la distanza, quella crepa nel muro, nascosta dall'arazzo, e le sembra che somigli adesso alla corteccia degli alberi che stanno sulla strada, che segua la stessa direzione che probabilmente è la stessa che Giulio ha tracciato ieri nel voltare strada e andarsene coi pugni in tasca.




