domenica 19 giugno 2011

cortecce urbane



Se ne sta là, in quella fredda stanza bianca di un bianco amorfo. Una piccola stanza arredata con buon gusto e pochi spiccioli, piena di libri e cianfrusaglie; aldilà della porta c'e una grossa cassettiera col cassetto di mezzo spalancato, i maglioni e le sciarpe a vista, poco più in là un termosifone gelido con la biancheria intima sopra e nell'altra parete un letto ad una piazza e mezza rifatto forse due o tre giorni fa. E' la parete di fronte squarciata da un grosso finestrone circolare il vero pezzo forte di tutta la casa, l'elemento che aveva convinto la ragazza a prendere la casa, quella casa, su quella strada, da guardare attraverso quella finestra. Ora le sue gote sono appiccicate al vetro della finestra circolare, le sue orecchie cercano di bisbigliare il rumore della città tra la fitta trama di elementi più o meno sabbiosi che compongono quel vetro. Un vecchio giradischi pompa i suoni sintetici dei Depeche Mode, mentre il fumo grigiastro dell'ennesima sigaretta s'accumula all'angolo del tetto, quasi a desiderare di uscire o molto più semplicemente a cercare di ingiallire ancora di più il lampadario che fu di carta bianca. Una piccola crepa si intravede sopra la testata del letto, coperta in parte da un poster di stoffa, un vecchio regalo di un fidanzato appassionato di robaccia etnica che Roberta non amava per nulla, nè la robaccia nè il fidanzato in realtà. Il fidanzato l'aveva lasciato, l'arazzo pure, l'aveva lasciato là, appeso al muro, sopra il letto. 
 La vista da quella finestra  sembra non modificarsi mai, attraversa le stagioni ma l'orizzonte è sempre lo stesso: c'è un lungo marciapiede alberato, di alberi che non mutano mai, stramaledettamente sempreverdi, un macellaio che fa pochi affari e che ha appeso fuori lo stesso vitello dall'anno di grazia 1999, sfidando le leggi della decomposizione. Malgrado le speculazioni che la finestra possa generare le sue gote abbandonano il freddo del vetro per accompagnare lo sguardo dentro la crepa, sotto quell'arazzo.
E' così che Roberta conduce la sua vita, una vera e propria crepa coperta da un tappeto per pareti, una vita precaria tappata da un lavoro saltuario. Mentre la puntina del vinile trasmette "Never let me down again" Giulio appare sull'uscio della porta; con un cenno gentile dissuade Roberta dai suoi pensieri malsani e poco dopo stanno già facendo l'amore. Non è che Giulio sia straordinariamente bello, neanche interessante ma riesce a portare nella sua vita un che di leggerezza. Semplicemente lui riesce a farla sorridere come nessun altro, riesce a fare in modo che l'ilarità si disegni sul suo volto, che una risata solchi i tratti marcati del suo viso.
 E pensare che erano già stati assieme, le loro vite si erano già incrociate per allontanarsi per un lungo periodo in cui entrambi avevano fatto altro, vissuto in città diverse e non s'erano sentiti per molto tempo. Poi Roberta ruppe il tacito e non del tutto condiviso accordo e invitò Giulio a trascorrere un fine settimana nella sua nuova casa, questa con la grande finestra circolare. Da lì in avanti fu difficile staccarli, tutti e due. S'erano già amati, dicevo, di un amore squilibrato ed altalenante, un amore da primi anni di università, quando le relazioni serie ti sembrano una follia che affatica la tua esistenza. Nella prima tranche del loro rapporto Giulio aveva messo tutte le sue energie su di lei, se n'era innamorato profondamente, ne aveva fatto la sua musa, e in seguito la sua malattia. Com'è chiaro in questi casi lei lo lasciò, lui ci stette malissimo e non le rivolse la parola. Ma poi, come la corteccia di questi odiosi alberi sempreverdi che si vedono dalla stanza di Roberta, tutto si è rigenerato, tutto ha riacquistato un suo equilibrio e ognuno s'è ripreso una sua dimensione. E' solo che  oggi proprio Roberta tornerebbe indietro, cancellerebbe quella breve telefonata: "Ciao Giulio, quanto tempo! Come stai? Sai che ho preso casa qua? Perchè non passi?" e se ne starebbe tutta sola, lei e le sue gote su quella finestra. Ma proprio ora vorrebbe cancellarla quella telefonata, mentre Giulio è sopra di lei e si dimena, cercando di entrare in sincronia col ritmo di Roberta, ostinandosi a pensare che Roberta in quel momento abbia voglia di seguire un ritmo. Si sa come vanno ste cose. Di lì a breve Giulio finisce, lei è distante e lui allora le chiede: "Cos'hai?" Tutto si complica se la risposta è: "Niente, dev'esserci per forza qualcosa, dev'essere straordinariamente bello o non può essere anche normale ogni tanto?"
Ecco, tutto si comincia a complicare, a quel punto. "Giulio, non lo so, è solo che sono fatta male, non riesco ad essere felice. Credo sia meglio non vedersi per un po', è da qualche giorno che ci penso, vivo questa cosa con ansia, non ci sto più bene dentro al rapporto. Credo che sarò più serena quando avrò trovato la mia di serenità e invece inseguo la serenità con te, cioè con me e te, fra me e te. Non trovi che sia meglio così?" Certo, Giulio la pensa esattamente così, ci mancherebbe, è lieto che ci sia sintonia anche nella dissoluzione del loro rapporto, nella disfatta totale del suo più profondo desiderio...certo, lo pensa, si si! Sti cazzi! Non passa poco tempo ma neanche una eternità: Giulio s'è rivestito e sta fumando una sigaretta, una di una lunga serie, per quel pomeriggio, ma sarà anche l'ultima delle sue che contribuirà ad ingiallire il lampadario di carta. Roberta lo accompagna alla porta e si sposta per evitare di lasciarsi baciare ed ora è di nuovo sola, ha la possibilità di costruirsi la sua serenità. Chiaramente per prima cosa mette in ordine la stanza ma subito dopo riappiccica le sue gote alla finestra, seguendo l'anomalia del suo orizzonte, Giulio che entra prepotentemente nel suo campo d'azione per uscirne immediatamente, la metafora di ciò che s'è appena compiuto. Non appena tutto torna al piattume di sempre, a quella rassicurante normalità, gli alberi, il macellaio etc, squilla il telefono: "Mamma, si, tutto bene, è uscito, non lo so, non penso che ci vedremo ancora, dai, poi ne parliamo, per favore, ho un'età, non sono una ragazzina, dai, smettila, vabbè, a domani."
La notte scorre veloce, Giulio chiama circa sei\sette volte ma la determinazione di Roberta vince sei\sette a zero, non gli risponde e s'addormenta con l'amaro in bocca, non pensa nè al vuoto nel suo letto nè a tutta una serie di cose che accompagnano regolarmente gli abbandoni. E' la sveglia a ridestare i suoi pensieri, oltre alle sue membra. La dolcezza che l'ha accompagnata in questi mesi aveva una forma, un nome, un volume specifico che non si relaziona più col suo spazio circostante. Al lavoro tutto funziona come sempre, le angherie delle colleghe invidiose, gli studenti svogliati e il brontolio dell'ora di pranzo che incalza. Nessun altro vuoto nell'esistenza di Roberta. Fa appena in tempo a salire su di un autobus che la conduca sotto il suo osservatorio privilegiato, alla fermata che tanto osserva dalla sua finestra. Il problema è che uno strano magnete non la scrolla dalla fermata, i suoi occhi ora fissano quella stanza, il vuoto di una stanza da cui ha sempre osservato il pieno di una strada desolata. E la desolazione s'è spostata lassù, al terzo piano, tra i contorni di una tonda finestra che le ha fatto scegliere questa casa piuttosto che un'altra, tra le trame del vetro da cui ama percepire l'esterno e da cui ora intravede la sua nuova vita. E' strano, strano forte a dirsi, ma le sembra di scorgere, malgrado la distanza, quella crepa nel muro, nascosta dall'arazzo, e le sembra che somigli adesso alla corteccia degli alberi che stanno sulla strada,  che segua la stessa direzione che probabilmente è la stessa che Giulio ha tracciato ieri nel voltare strada e andarsene coi pugni in tasca.

venerdì 17 giugno 2011

malinconia e infinita gioia


Ci sono storie che si raccontano per il puro gusto di raccontarle.
 Ci sono storie surreali di cui si prova gusto a raccontarle a prescindere da quanto possano essere lontanamente possibili o attinenti col reale.
 Ci sono anche storie assolutamente reali che a raccontarle pare  siano frutto d'invenzione della peggior fantasia da quattro soldi e di cui, in termini di piacere, non ci cacci un ragno dal buco. Ecco, purtroppo devo dire che oggi non cacceremo ragni dal buco, faremo in modo che la peggior fantasia abbia spazio tra queste righe e soprattutto racconteremo una storia assolutamente vera.
Non sono proprio un impiegato modello, non sono un dipendente che merita la parete dell'orgoglio precario  tra le mura del mio ufficio ma mi dò da fare e mi porto a casa un pezzetto di soddisfazione, proprio all'ora del pranzo, quando della soddisfazione puoi farne a meno e del salario da fame no! Ieri il capo mi dice che è giornata di corrispondenza, di rettifica di fatture e di consegne. Immediatamente la parola "consegne " mi ricorda che ci sono giorni come questi in cui smetto di fare un lavoro sedentario davanti ad un pc e mi si apre davanti un'avventura da quarto episodio di Indiana Jones, con tanto di tiranni che vogliono mangiarti il cuore dopo aver tentato di farti ammazzare dai nazisti. Allora chiudo con estrema grazia e indifferenza tutti i social network che tengo aperti mentre fingo di produrre, prendo le importantissime fatture, scartofie e cartacce da consegnare ad anonimi uomini o donne che non rivedrò mai più e attraverso la città, in bici, correndo decisamente più di un postino anni '60 di periferia. Riservo per ultima una fattura da rilasciare all'indirizzo più vicino al mio ufficio, lego la bici al solito posto e la attraverso con estrema malinconia, il suo indirizzo mi dirà sempre qualcosa, a prescindere da tutto. Mentre gioco ad incastrare la mia scarpa tra il mattonato che compone il marciapiede  evitando di toccarne i solchi e i confini, scandisco pian piano i numeri civici fino a scoprire con immensa sorpresa che sono arrivato al posto giusto. L'indirizzo corrisponde a quello scritto sulla fattura, mi accerto con cura grafologica, vorrei non credere che fosse davvero quello, e invece è proprio quello. L'indirizzo corrisponde a quello scritto nella mia memoria, mi accerto con cura mnemonica vorrei non credere che fosse davvero quello, e invece è proprio quello. Ricontrollo la città, magari il capo s'è sbagliato, ma niente da fare, mi tocca citofonare. Tutto parte dal rumore metallico del citofono, pensare che una cacofonia del genere possa avere un così forte potere evocativo mi pare assurdo. Allora, apertosi il portone la mia memoria anticipa i miei sensi, rivedo le scale, lo scorrimano, il pianerottolo attraverso il quale ci piaceva salutarci finchè uno dei due non si chiudeva la porta dietro le spalle, il colore dei suoi capelli, la melodia della sua voce e il sapore vivace della nostra complicità. Ad attendermi sull'uscio piuttosto trovo con non poco stupore una voluminosa figura greve e scura, con la barba incolta, insomma molto distante dai ricci che mi davano il benvenuto in quell'appartamento e di cui ero viziatamente abituato. E' simpatico il proprietario del B&B a cui devo consegnare la fattura; decide infatti di offrirmi subito qualcosa da bere e seguo la sua andatura lungo un corridoio che probabilmente ho percorso più volte di lui. In poco meno di trenta secondi ho il tempo di terminare la mia consegna e di fare in modo che il tipo si renda conto che c'è qualcosa che non va, mi muovo dentro la sua attività lavorativa con familiarità, slancio, disinvoltura, si rende conto insomma che io in quel posto ci sono già stato. Con estrema naturalezza mi chiede dunque se sono già stato a pernottare nel suo B&B e immagino il mio volto assolutamente inebetito dalla sua domanda. "Certo che ci ho già dormito"rispondo io, "centinaia di pernottamenti, l'alloggio più accogliente per un viaggiatore, il rifugio più sensuale, l'alcova più intima.... Ma sono certo che la colazione che servite non è buona come un tempo".

sabato 21 maggio 2011

Emozioni surgelate



Mi chiamo Amedeo.

Lavoro in questo ipermercato indiano ormai da 2\3 anni, ho letterarmente perso il conto dei giorni passati a fare il commesso qua dentro.
In compenso ho imparato un sacco di cose. Ad esempio conosco tutte le abitudini alimentari degli adolescenti indiani, delle casalinghe bengalesi, dei quarantenni cingalesi. So distinguere lo sguardo fiero di una famiglia indianina che viene a fare la spesa per il pranzo di gala che porterà a nozze la figlia e riesco anche a capire quando questa gente, così lontana da noi, contrae le nostre patologie. Mi riferisco ai depressi, categoria che fra questo popolo non è molto diffusa, ma se uno viene alla cassa con la barba incolta comprando solo patatine, cioccolata, superalcolici e film di Woody Allen voi come lo chiamate?

Ma la cosa più figa è che quando mi trovo a parlare coi miei amici iper-radical-chic esperti di cinema io sono in grado di sfoggiare una impressionante cultura cinematografica nell'ambito della produzione Bollywoodiana. Ovviamente loro non immaginano neanche lontanamente da dove venga questa mia conoscenza del cinema indiano perchè non vado orgoglioso del mio lavoro; per tutti io faccio uno di quei bizzarri lavori coi nomi in inglese, tipo economy management, insomma una di quelle espressioni di cui nessuno mai ha il coraggio di chiedere di più. Molto spesso mi dico pure che probabilmente questi lavori postmoderni in realtà siano tutte coperture per tristi commessi di supermercati Indiani.
Ogni giorno potrei stilare un intero trattato sociologico se non fossi affascinato dal solo fatto che questo posto è il rifugio a qualunque mia funzione emotiva o razionale. Non voglio farvi la pippa sul lavoro alienante, su quanto sia degradante stare alla cassa di un supermarket etc. Per quello basta parlare con un qualsiasi precario dell'universo. Io sono felice di fare questo lavoro, mi allontana, mi separa. Non si tratta di alienazione ma piuttosto di rimedio ad una forma strana di disaffezione all'affezione.... Difficile, vero? Beh, io ho dovuto vendere 10.000 buste di pollo tandori surgelato prima di maturare questa consapevolezza, voi sarete costretti  a leggere solo poche righe.
Poco prima che iniziassi a lavorare qua, poco prima che indossassi questa ridicola divisa con tanto di berrettino della catena di supermercati indiani c'era dell'altro dentro la mia vita. C'era la facoltà di economia, c'era la passione per la scrittura, c'erano molti meno amici all'estero e c'era uno straccio di emozioni.
Poi è venuto il grande freddo dentro la mia esistenza e per questa stramba ragione riuscii a diventare caporeparto surgelati in questo supermercato. E allora  così come con cura e dedizione nella mia vita congelavo i suoi sguardi, i nostri momenti, le nostre parole, dentro la mia nuova carriera lavorativa diventavo uno straordinario surgelista provetto. Intere curve di strambe minestre conservate quasi per l'eternità, intere giornate vissute respiro su respiro, di quelli che non sciolgono i ghiacciai. Respiri affannosi. Il grande freddo non mi ha avvisato, non s'è fatto annunciare. Ad un certo punto lui c'era, era la mattina nel mio pensiero costante, era durante il giorno mentre studiavo o andavo al lavoro, era con me anche quando stavo con gli altri, lì, a farmi perdere il calore delle singole cose, la percezione di quello che riesce a darti ogni singolo pixel dell'esistenza. Ecco, il grande freddo mi ha ristretto il campo, non mi ha fatto più scorgere che dietro ad una immagine ci stanno centinaia di frammenti, che dietro ad un racconto ci sono migliaia di caratteri e che dietro la nostra complicità c'erano migliaia di altre cose.
Una nuova commessa, Anjali, rigorosamente indiana come le zuppe surgelate che hanno prodotto il mio successo lavorativo, è stata assunta per dare una mano nei turni di pulizia del fine settimana. Beh, sappiatelo, provarci con una donna indiana è difficilissimo. Dopo due settimane sono riuscito a scambiarci più di due parole che non fossero ciao ciao. Alla terza settimana ho provato ad offrirle un caffè e miracolo, le sue labbra mi han pronunciato un articolatissimo: "No, non ne bevo". Non ho buttato la spugna, ho cercato di allontanare il grande freddo, questa ragazza mi incuriosisce davvero. Allora giovedì scorso mi son messo a ballare tra i corridoi del supermercato, tra gli scaffali del tè e quelli del detersivo, seguivo la stridula melodia di uno stramaledetto cd indi (e non indie, purtroppo) che detesto ma che ho apprezzato per attirare l'attenzione di Anjali. Sono riuscito a scatenare la sua ilarità, ho generato una risata dentro quella porzione di armonia che è il volto di questa stupenda ragazza indiana. Ho fatto in modo che si producesse una curva tra l'arcatura di due occhi così perfettamente disegnati e mi sono sentito meglio. Dopo quel giorno Anjali è venuta al lavoro di buon umore, probabilmente le avrò fatto molta simpatia improvvisandomi ballerino.
Siamo usciti, strano a dirsi, è successo, cazzo!
Tutto regolamentare, cena, birra, chiacchere, sigarette, lunga passeggiata e un po' di nostalgia che non fa mai male, almeno così mi ricordavo. Riesco a convincerla a salire a casa mia senza bisogno di invocare Shiva o Vishnu, è tutto naturale, anche se il freddo lo sento lo stesso. Lo comincio a sentire sempre più, scalino dopo scalino, al punto che quando apro la porta di casa un brivido non metaforico di freddo mi arriva sin sopra il collo, fino alla nuca. Arrivato lì mi pare tutto irreversibile, quello che ho pensato nei giorni passati, che Anjali potesse liberarmi da questa storia del freddo, del congelamento, mi sembra assolutamente una balla. Mi pare tutto complicatissimo e mi auguro che da un momento all'altro decida di alzarsi ed andarsene, che decida che è stato bello fin lì e spingersi oltre non le andrebbe affatto, insomma le paranoie classiche da donna occidentale. Invece  non so chi dei due abbia iniziato ma ad un certo punto mi sono reso conto che ci troviamo dentro ad uno strano gioco di mani, la mia destra e la sua destra. Dita tra dita. Palmo e dorso. Sguardi concentrati tra i pollici e le vene che delineano le nostre porzioni di pelle che si sfiorano, una percezione che ancora ora mi viene difficile a spiegare. Un gioco che va avanti per un po', un continuo accarezzarsi che regala alle mani la metafora di altre parti del corpo, di decine di parole e altrettanti pensieri. L'incontro del piacere, il dominio dell'intero corpo in una porzione di corpo, sfiorata con l'altro. Il nostro intimo gioco; strappiamo al quotidiano la funzione delle nostre mani, spalanchiamo il senso del toccarsi e ci riprendiamo un briciolo di calore.
Non so dirvi perchè quella sera io ed Anjana non abbiamo fatto l'amore ma di certo so che quello strofinio ha sciolto decine di emozioni surgelate come dei minestroni al sole d'estate.

giovedì 12 maggio 2011

Bilanci e trasporti


Giovedì mattina, molto presto. La cenere dell’Etna ha assopito una intera città, ha ricoperto di tedio i suoi cittadini, ne ha mutato gli umori e accarezzato le passioni. Altro che metereopatia, vorrei vedere voi a convivere con un vulcano. Non ha risparmiato neanche il sottoscritto, ovviamente, che ha deciso di alzarsi e prendere un autobus. In realtà non devo recarmi da nessuna parte, non ho impegni lavorativi e neanche di studio, era solo che volevo sfuggire al tempo e allo spazio, entrare nel dinamico e nella percezione della città che pulsa perché, si sa, l’autobus è un ottimo mezzo, meno del treno, per fare un bilancio della propria vita. Aspetto un interminabile quantità di tempo ma alla fine ce la faccio, il bilancio può avere inizio.
Il biglietto non ce l’ho e il tutto potrebbe costarmi quarantasette volte il costo del biglietto, il pazzo psicopatico da autobus c’è, lo studente fuorisede dotato di dialetto gallo-italico pure, la ragazza madre che va a fare la spesa anche, il vecchio che ridà un senso alla sua esistenza girando per la città col suo fantastico abbonamento è accanto a me e credo ci sia anche quell’antropologicamente interessante personaggio da autobus che sale su solo perché a terra non è in grado di affrontare certe domande. Le porte automatiche si richiudono, ci lasciamo alle spalle due ragazzetti che ci corrono dietro e probabilmente il loro labbiale scaglia insulti verso l’autista, e cominciamo un viaggio che ha delle tappe fisse, delle mete obbligate, che ha un inizio e una fine, che coinvolge centinaia di esseri umani, che si rapporta con enormi pezzi di città. Adesso mi aggrappo ad una maniglia e il resto sparisce, inizio ad attendere il mio stop, la mia fermata. Ma io ero salito perché non avevo una meta, quale fermata aspetto, io t’ho incontrata come si sale su di un autobus, ho attraversato enormi porzioni di città assieme a te senza prevedere uno stop, senza prefigurare che ci siamo solo incontrati. Ecco, ci siamo incontrati su di un autobus perché non avevamo i piedi per terra, non eravamo noi a decidere dei nostri passi, c’era qualcos’altro che ci ha condotto, che ci ha fatto credere che stavamo andando, assieme, da qualche parte.
Non avevo previsto che avremmo percorso così tante tappe assieme, sai, tra i passeggeri si instaura una sorta di strana empatia che risulta inspiegabile, specie se il viaggio è lungo.  Ci siamo detti le nostre destinazioni e ci siamo accorti che uno dei due avrebbe dovuto scendere alla fermata successiva e allora per molto tempo abbiamo mediato, ci siamo promessi che ci saremmo fermati in un luogo intermedio, che sarebbe venuto vicino alle esigenze di entrambi. Nel frattempo si sono uniti altri passeggeri al nostro viaggio, compagni instancabili e stancanti. È salita la stima, per prima, che ci ha fatti sedere l’uno accanto all’altra, poi s’è unito un enorme affetto condiviso che ha deciso di mettersi in mezzo e gli abbiamo dovuto lasciare un po’ di spazio, finchè non è salita la paura della fine del viaggio, di interrompere e lasciar perdere tutto o determinare realmente i nostri passi. Allora ci siamo fermati, una enorme stazione di smistamento ha accolto il nostro stop. Questa stazione è enorme, piena di confusione, di destinazioni, di gente che sale e scende per altrettanti posti misteriosi, di tabelloni luminosi, di biglietti timbrati e valigie piene di roba sporca o pulita. Tra tutta questa confusione ci siamo persi di vista, non ti vedo quasi più al mio orizzonte, vedo solo l’estetica della partenza e dell’arrivo, l’incontro fortuito e casuale e quello determinato volontariamente. Nel frattempo sono ancora aggrappato a quella maniglia, è quasi ora di pranzo e l’autobus s’è quasi del tutto svuotato. Dentro la percezione più profonda di quello che ci lasciamo alle spalle mi ricordo di sapere qual è la nostra fermata preferita, di avere assoluta memoria di quello che ci possiamo dare se abbiamo il coraggio di impedire a qualcuno di condurci da qualche parte e di sapere che con le nostre gambe siamo più liberi di percorrere le nostre esistenze. Penso anche a quello che vogliamo mettere dentro il nostro ipotetico bagaglio emotivo, qualora volessimo ripartire e abbandonare del tutto l'idea di dover fare un bilancio; la soluzione c'è, ed è cercarsi in quella stazione, di decifrarsi tra centinaia di voci, echi e volti.
La vista di un simil-bigliettaio alla fermata successiva mi motiva a scendere, ad abbandonare il bilancio e tornarmene a casa. 

martedì 10 maggio 2011

Porta emotiva



Via del Rifugio, 43. Interno B, Scala A.

Ci vivo ormai da qualche settimana e scorgo ogni tanto la tenda, giusto per relazionarmi coi vicini, per segnare uno stacco col vecchio inquilino, vecchio così tanto che in questo appartamento c'è morto di senilità. Senilità che sto stronzo m'ha lasciato tra le pareti, nei colori che si respirano in questa merda di casa, nella sistemazione metodica dei mobili che per prima cosa ho tirato giù, per liberarmi della grevità che m'aveva lasciato. Ovviamente tralascio l'argomento carta da parati...
Poi ho sostituito le lampadine, tutte rigorosamente a incandescenza, con quelle a risparmio energetico celando la mia fobia del senile con la simulata indole ecologista-altermondialista e scemenze no-global varie. Una casa brutta, l'unica che potevo permettermi pur di vivere nel centro di una città che centro pare non ne abbia, ma questo l'ho scoperto solo dopo. Dopo settimane in cui avrò passato da sveglio appena qualche ora in questo postaccio da romanzo maledetto, sento un suono assolutamente nuovo, il mio cervello impiega qualche frammento di secondo per capire che ho un citofono, che un dito l'ha sfiorato e che qualcuno vuole interfacciarsi col sottoscritto.
Rispondo subito con la amara consapevolezza che ad uno stramaledetto vecchiaccio qualcuno lo cerca e a me non mi ha ancora cercato nessuno (madò, quanto mi piace fare il bastonato). Impiego tre secondi a capire che non ho a che fare coi testimoni di Geova, cinque per rendermi conto che non sto parlando con quelli del Pmli (anche perchè quelli vengono la domenica mattina, di solito, alle 7.30, puntuali, la rivoluzione non attende mica il vizietto piccolo borghese di alzarsi tardi!) e 6\7 per capire che è Enrico, il mio migliore amico. L'avevo lasciato che viveva a Londra, che minchia ci fa qua? Lui non verrebbe mai in una città come questa, mah! La cosa più divertente è che la mia casa ad un certo punto diventa variopinta per via dei suoi innumerevoli piercing, tatuaggi e multiformi colori che ha assunto nel frattempo la sua chioma.
“Enrico! Che cazzo ci fai nella città più grigia d'Italia?” E lui: “Andre, non puoi capire, devo parlarti per forza, metti su il caffè e fai subito questa” mi dice mentre indica un pacchettino trasparente pieno di foglie che non ricordano neanche lontanamente quelle del tè verde. Allora, il caffè sta sopra, le foglie avvolte al posto giusto e la discussione ha inizio. Enrico ha visibilmente fatto più fortuna del sottoscritto, mi racconta della sua permanenza a Londra, di una pubblicità tormentone del mondo anglosassone che ha progettato lui e di una svariata sequela di fidanzate con cui è stato in questo enorme lasso di tempo. Allora io mi lamento del mio lavoro, della sfera sentimentale che ovviamente va a puttane in senso solo letterario, ovviamente, e di quanto mi piacerebbe tornare in Sicilia, coi compagni, gli amici etc. Ma lui freme, lo conosco dal lontano 1994, anno di morte di Kurt Cobain e della famosa scesa in campo, un anno di merda se non fosse che ho conosciuto lui, va. Allora visto che mi rendo conto che ha dell'altro da dirmi non mi dilungo coi miei discorsi metafisici sul sentimentale, sulla rivoluzione emotiva e le cazzate con cui friggo il cervello a svariati esseri umani che hanno la sfiga di trovarsi nel mio raggio d'azione. Caspita, finalmente si lascia andare. Pare che a Londra Enrico, tra feste punk negli squat la notte e agenzie pubblicitarie con le pareti bianche durante il giorno, abbia conosciuto un tipo strano, una sorta di guru indiano che gli ha detto che sarebbe dovuto venirmi a trovare qua, proprio qua. Non appena Enrico finisce di dirmi questa cosa in effetti mi rendo conto che io non gli ho mai comunicato questo indirizzo e pare sia stato sto tipo a comunicarglielo. La storia è molto semplice e io da ateo-materialista-razionalista-cartesiano-marxista-etc ovviamente non ci credo. Questo appartamento è dotato di una porta di comunicazione metafisica col mondo delle emozioni umane, una sorta di medium oggettivo tra l'uomo e i suoi più intimi sentimenti. Però il nome sul citofono c'era e anche tanti suppellettili di chi in questa casa ci ha vissuto ma pare che questa porta con l'aldilà emotivo ha sempre convissuto con l'affittuario. Strani sti sciamani, hanno il mondo intero in mano e risparmiano sugli affitti, mah! A questo punto indico subito la classica porta chiusa che si trova in ogni appartamento in affitto, la stanza che il padrone di casa usa per tenere la sua robaccia, per continuare a rivendicare semplicemente il possesso di quella che vuole farti pensare essere casa tua, insomma la porta vicina al cesso. È ovviamente chiusa a chiave e la chiave passe par tout delle altre porte, come in un qualsiasi Horror trash anni 80, non la apre manco se lo sciamano londinese fa il ballo della pioggia.
Ma stiamo parlando di Enrico, uno che in confronto Mcgiver deve prendere ripetizioni dai Boy-scout. In meno di tre secondi la porta è spalancata. E la delusione si disegna sul volto di un amico consumato dalle droghe tanto da abbandonare Londra, il lavoro, la sua vita per venire a porre chissà quale domanda ad una inesistente porta che svela i segreti dei sentimenti.
Dentro era come ci si può aspettare una stanza chiusa dentro un appartamento così brutto. Io veramente non pensavo potessero esistere mobili così brutti, cornici alle pareti che mia madre non avrebbe messo neanche in campagna, abitazione nota per il riciclo di elementi d'arredo di serie b.
Ci troviamo dinanzi una stanza da letto in legno marroncino chiaro, color pelo di cirneco dell'etna, razza canina poco nota al nord Italia ma abbastanza nota al nostro immaginario comune siculo.
“Enrico, che cazzo! Mi hai fatto rompere una porta per farmi scoprire che esiste qualcosa di più brutto del soggiorno in questa casa? E che cazzo! Sei uno di successo e credi ancora a 'ste barzellette! Non ti puoi accontentare dell'oroscopo, come tutte le persone normali? No! Lui deve scoprire tutte le trame della complessità emotiva, Enrico, ma mi stai ascoltando?
Enrico si ferma a guardarmi e mi dice: “tu non hai ancora varcato la soglia, è per questo che vedi solo la mobilia e nessuna verità sulla tua vita emotiva, devi fare il passo, a me è passata davanti la risposta che cercavo...”
Mi gratto la testa e acciglio la fronte, due mosse che mi esprimono in fase dubbiosa e comincio a prenderlo per il culo, lo distolgo dalla conversazione e lo convinco a tornare di là. Adesso gli è venuta una gran fretta di andarsene, una stramba frenesia di chi ha da chiarire migliaia di cose,
è lui che non vuole più accennare a 'sta storia della porta e si sente non in sintonia con me, probabilmente perchè pensa che io non lo creda.
In cucina beve il suo caffè ormai freddissimo mentre ha già addosso la giacca. È visibilmente scosso e allora gli dico, in nome della nostra antica amicizia, che in fondo qualcosa di strambo l'ho percepita anche io, che queste cose non sono del tutto sceme etc. Non se la beve, mi lascia con un abbraccio sommario e oltrepassa l'uscio di casa mia. Lo vedo scendere dall'interno B attraverso la scala A e lo vedo abbandonare la via del Rifugio. Mi concentro un attimo sulle estati in pantaloncini corti, sulla nostra infanzia-adolescenza-maturità, dalle ginocchia sbucciate, alla prima sbronza, dalla prima fidanzata alla vita universitaria e poi, un pensiero più forte, più intenso di cento amicizie, di mille sentimenti, di decine di emozioni, di dozzine di scazzi e pensieri più o meno intensi: io in fondo la soglia non l'ho varcata, o meglio c'ho provato ma non ci sono riuscito. Hai ragione, Enrico, io vedo solo la mobilia. Non fa ancora per me tutto il resto.
Devo ancora attraversarne di strade per potermi rifugiare nella Via del Rifugio, malgrado ci abiti già.

domenica 8 maggio 2011

sapore di sushi


Prendete una serata a caso del mese di marzo o aprile. Mettetegli una tendinite di mezzo, un po' di mal tempo e qualche scazzo con la tipa, di quelli che paiono irrisolvibili, i vortici che quando ti travolgono pare che niente possa tirartene fuori. Dici, cazzo! Sto qua, sono mezzo immobile e ci sto andando troppo sotto con la tipa, mi sta distruggendo, la serata andrà malissimo. Poi ad un certo punto un brindisi, due bicchieri che si scontrano, due sguardi che si promettono tanto e il famoso piatto giapponese, con le sue ritualità, la sua scomodità, la sua bontà, devo dire... E che cazzo! Non passavo una serata come quella da una vita, una complicità e una familiarità bellissima, un insieme di incastri di pensieri, di sintonia, di empatiche carezze d'animo... Annodiamoci al dito la serata del sushi perchè difficilmente ne passeremo di altre così. Ovviamente nessuno di voi è invitato in camera da letto per aver svelato cosa è successo la sera del sushi, però voglio farvi soffrire ancora un po'. Solito salottino di vimini, stessi posti di combattimento, uno di fronte all'altro, tavolino di mezzo e discussioni elevatissime sul senso della rivolta, dell'insorgenza creativa, dei desideri biologici di riscatto di due persone che s'incastrano perfettamente per dei frammenti d'esistente... e pensare che sembra più di un secolo fa... Se due persone tra sei miliardi di individui si scelgono per gestirsi degli attimi delle loro vite e questo produce dei momenti così totalizzanti emotivamente come può esserci il declino totale? Come si può cadere dal trapezio dopo aver tentato di spiccare il volo più volte? Io il giorno dopo avevo ancora il sapore del sushi tra le labbra, l'incastro dei pensieri sembrava irremovibile, le sedie di vimini della cucina sembravano ancora cullarsi dei discorsi della sera prima eppure ora quelle sedie sembrano non ricordare che quella sera l'atmosfera era così tremendamente complice, che ci si è promessi molto con lo sguardo, con le parole, con i sorrisi... Nemmeno il sushi pare possa risollevare la questione... Gli oggetti mi raccontano ancora di quella sera, molto più di quanto fanno le parole che si appesantiscono del senso che gli dai quando con esse provi a gestire i conflitti relazionali. Allora devo chiederti che a parlare siano i nostri momenti, il nostro immaginario comune, quel sapore di sushi che non mi ha ancora lasciato e che vorrei rigustare.

Anni pop



Avete presente quei colori anni 80 molto accesi e insieme caldi? Il tubo catodico, i colori dei telefilm di allora, i lati del cubo di Rubik, i ghiaccioli a tutti i gusti possibili ed immaginabili... Ecco, quelli sono i colori della mia infanzia, quelli riescono ad essere anche i colori dei sogni sulla mia infanzia.
Un bambino di otto anni, la sua fragilità di allora, una mamma premurosa e un vestito da Napoleone con la spada di plastica. Fin qui un carnevale qualsiasi degli anni ottanta\novanta, se non che ne ricordo alla perfezione tanti altri dettagli, come ad esempio la mobilia dell'appartamento, le forme geometriche dei coriandoli, la grafica superpop del Nintendo, le spadrillas della mia vicina di casa.
Perciò la mia mente si tranquillizza, sta sognando qualcosa di governabile, di davvero successo, di realizzato, quando ad un certo punto una lei bambina irrompe dalle scale e penetra con tutta la sua bellezza infantile nel sogno del lui bambino che poi è il sogno di me adulto... vestita da giapponese. Io non ho mai visto una sua foto da bambina, eppure in quel sogno l'ho subito riconosciuta,
ne ho decifrato le forme del profilo, la delicata porzione di viso divisa simmetricamente da quel suo nasino bellissimo che risale su per quel meraviglioso inarcarsi degli occhi più profondi che nè Napoleone nè io abbiamo mai visto altrove. Allora avendola subito riconosciuta ho tentato di dare la soffiata al me bambino, che però sembrava fregarsene di quello che gli dicevo; insomma, il solito ragazzetto che pensa più alle spade di plastica che non ad altro. Allora mi rilasso, mi rendo conto che non ci si può affidare a questo scemo e lascio correre... Questi due iniziano a giocare, a rincorrersi, a saltare sulle pozzanghere, a lanciarsi i coriandoli, lui la colpisce anche una volta con la spada, ma senza farle male, in fondo la guarda sempre con attenzione, lei è più piccola!
Il tempo che questi due passano a giocare, ad urlare etc mi pare interminabile e proprio da telefilm buonista anni 80, mancano solo le risate finte quando si dicono le parolacce. Non capisco cosa faccio lì, prima mi sento inadeguato e dopo mi rendo conto di come aver assistito a questo gioco m'abbia dato la stessa soddisfazione d'allora nel trovarmi bene con l'altro, nell'amore disinteressato che un bambino riesce a porre nei confronti del compagnetto o della compagnetta, la stessa semplicità con cui ti relazioni all'altra persona in fase pre-adulta... Le ha fatto vedere il mio\suo caleidoscopio e le ha detto che era bello che dentro si vedessero quelle forme strane, quei colori che deformano tutto; forse il me adulto le avrebbe subito detto che i suoi occhi erano per lui un caleidoscopio per il mondo o cazzate simili, mentre quell'altro, sarà per via della spada di plastica, non solo non ne ha sentito la necessità ma ha piuttosto scelto di accarezzarla con gli sguardi mentre si chiedeva chissà quale strana forma lei stava guardando in quel momento. E poi è stato bravissimo: non le ha chiesto nè quale fosse il suo cartone animato preferito, nè il suo numero prediletto del Topolino... non ha neanche fatto battute sui costumi, è andato subito al sodo e le ha detto: sei bella, principessa giapponese! mi piacerebbe giocare ancora con te. La bambina le ha dato un bacio sulla guancia e hanno ripreso  a giocare... A quel punto ho deciso che avrei fatto una partita al Nintendo perchè ai videogiochi con gli anni son migliorato, almeno.