Giovedì mattina, molto presto. La cenere dell’Etna ha assopito una intera città, ha ricoperto di tedio i suoi cittadini, ne ha mutato gli umori e accarezzato le passioni. Altro che metereopatia, vorrei vedere voi a convivere con un vulcano. Non ha risparmiato neanche il sottoscritto, ovviamente, che ha deciso di alzarsi e prendere un autobus. In realtà non devo recarmi da nessuna parte, non ho impegni lavorativi e neanche di studio, era solo che volevo sfuggire al tempo e allo spazio, entrare nel dinamico e nella percezione della città che pulsa perché, si sa, l’autobus è un ottimo mezzo, meno del treno, per fare un bilancio della propria vita. Aspetto un interminabile quantità di tempo ma alla fine ce la faccio, il bilancio può avere inizio.
Il biglietto non ce l’ho e il tutto potrebbe costarmi quarantasette volte il costo del biglietto, il pazzo psicopatico da autobus c’è, lo studente fuorisede dotato di dialetto gallo-italico pure, la ragazza madre che va a fare la spesa anche, il vecchio che ridà un senso alla sua esistenza girando per la città col suo fantastico abbonamento è accanto a me e credo ci sia anche quell’antropologicamente interessante personaggio da autobus che sale su solo perché a terra non è in grado di affrontare certe domande. Le porte automatiche si richiudono, ci lasciamo alle spalle due ragazzetti che ci corrono dietro e probabilmente il loro labbiale scaglia insulti verso l’autista, e cominciamo un viaggio che ha delle tappe fisse, delle mete obbligate, che ha un inizio e una fine, che coinvolge centinaia di esseri umani, che si rapporta con enormi pezzi di città. Adesso mi aggrappo ad una maniglia e il resto sparisce, inizio ad attendere il mio stop, la mia fermata. Ma io ero salito perché non avevo una meta, quale fermata aspetto, io t’ho incontrata come si sale su di un autobus, ho attraversato enormi porzioni di città assieme a te senza prevedere uno stop, senza prefigurare che ci siamo solo incontrati. Ecco, ci siamo incontrati su di un autobus perché non avevamo i piedi per terra, non eravamo noi a decidere dei nostri passi, c’era qualcos’altro che ci ha condotto, che ci ha fatto credere che stavamo andando, assieme, da qualche parte.
Non avevo previsto che avremmo percorso così tante tappe assieme, sai, tra i passeggeri si instaura una sorta di strana empatia che risulta inspiegabile, specie se il viaggio è lungo. Ci siamo detti le nostre destinazioni e ci siamo accorti che uno dei due avrebbe dovuto scendere alla fermata successiva e allora per molto tempo abbiamo mediato, ci siamo promessi che ci saremmo fermati in un luogo intermedio, che sarebbe venuto vicino alle esigenze di entrambi. Nel frattempo si sono uniti altri passeggeri al nostro viaggio, compagni instancabili e stancanti. È salita la stima, per prima, che ci ha fatti sedere l’uno accanto all’altra, poi s’è unito un enorme affetto condiviso che ha deciso di mettersi in mezzo e gli abbiamo dovuto lasciare un po’ di spazio, finchè non è salita la paura della fine del viaggio, di interrompere e lasciar perdere tutto o determinare realmente i nostri passi. Allora ci siamo fermati, una enorme stazione di smistamento ha accolto il nostro stop. Questa stazione è enorme, piena di confusione, di destinazioni, di gente che sale e scende per altrettanti posti misteriosi, di tabelloni luminosi, di biglietti timbrati e valigie piene di roba sporca o pulita. Tra tutta questa confusione ci siamo persi di vista, non ti vedo quasi più al mio orizzonte, vedo solo l’estetica della partenza e dell’arrivo, l’incontro fortuito e casuale e quello determinato volontariamente. Nel frattempo sono ancora aggrappato a quella maniglia, è quasi ora di pranzo e l’autobus s’è quasi del tutto svuotato. Dentro la percezione più profonda di quello che ci lasciamo alle spalle mi ricordo di sapere qual è la nostra fermata preferita, di avere assoluta memoria di quello che ci possiamo dare se abbiamo il coraggio di impedire a qualcuno di condurci da qualche parte e di sapere che con le nostre gambe siamo più liberi di percorrere le nostre esistenze. Penso anche a quello che vogliamo mettere dentro il nostro ipotetico bagaglio emotivo, qualora volessimo ripartire e abbandonare del tutto l'idea di dover fare un bilancio; la soluzione c'è, ed è cercarsi in quella stazione, di decifrarsi tra centinaia di voci, echi e volti.
La vista di un simil-bigliettaio alla fermata successiva mi motiva a scendere, ad abbandonare il bilancio e tornarmene a casa.
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