domenica 19 giugno 2011

cortecce urbane



Se ne sta là, in quella fredda stanza bianca di un bianco amorfo. Una piccola stanza arredata con buon gusto e pochi spiccioli, piena di libri e cianfrusaglie; aldilà della porta c'e una grossa cassettiera col cassetto di mezzo spalancato, i maglioni e le sciarpe a vista, poco più in là un termosifone gelido con la biancheria intima sopra e nell'altra parete un letto ad una piazza e mezza rifatto forse due o tre giorni fa. E' la parete di fronte squarciata da un grosso finestrone circolare il vero pezzo forte di tutta la casa, l'elemento che aveva convinto la ragazza a prendere la casa, quella casa, su quella strada, da guardare attraverso quella finestra. Ora le sue gote sono appiccicate al vetro della finestra circolare, le sue orecchie cercano di bisbigliare il rumore della città tra la fitta trama di elementi più o meno sabbiosi che compongono quel vetro. Un vecchio giradischi pompa i suoni sintetici dei Depeche Mode, mentre il fumo grigiastro dell'ennesima sigaretta s'accumula all'angolo del tetto, quasi a desiderare di uscire o molto più semplicemente a cercare di ingiallire ancora di più il lampadario che fu di carta bianca. Una piccola crepa si intravede sopra la testata del letto, coperta in parte da un poster di stoffa, un vecchio regalo di un fidanzato appassionato di robaccia etnica che Roberta non amava per nulla, nè la robaccia nè il fidanzato in realtà. Il fidanzato l'aveva lasciato, l'arazzo pure, l'aveva lasciato là, appeso al muro, sopra il letto. 
 La vista da quella finestra  sembra non modificarsi mai, attraversa le stagioni ma l'orizzonte è sempre lo stesso: c'è un lungo marciapiede alberato, di alberi che non mutano mai, stramaledettamente sempreverdi, un macellaio che fa pochi affari e che ha appeso fuori lo stesso vitello dall'anno di grazia 1999, sfidando le leggi della decomposizione. Malgrado le speculazioni che la finestra possa generare le sue gote abbandonano il freddo del vetro per accompagnare lo sguardo dentro la crepa, sotto quell'arazzo.
E' così che Roberta conduce la sua vita, una vera e propria crepa coperta da un tappeto per pareti, una vita precaria tappata da un lavoro saltuario. Mentre la puntina del vinile trasmette "Never let me down again" Giulio appare sull'uscio della porta; con un cenno gentile dissuade Roberta dai suoi pensieri malsani e poco dopo stanno già facendo l'amore. Non è che Giulio sia straordinariamente bello, neanche interessante ma riesce a portare nella sua vita un che di leggerezza. Semplicemente lui riesce a farla sorridere come nessun altro, riesce a fare in modo che l'ilarità si disegni sul suo volto, che una risata solchi i tratti marcati del suo viso.
 E pensare che erano già stati assieme, le loro vite si erano già incrociate per allontanarsi per un lungo periodo in cui entrambi avevano fatto altro, vissuto in città diverse e non s'erano sentiti per molto tempo. Poi Roberta ruppe il tacito e non del tutto condiviso accordo e invitò Giulio a trascorrere un fine settimana nella sua nuova casa, questa con la grande finestra circolare. Da lì in avanti fu difficile staccarli, tutti e due. S'erano già amati, dicevo, di un amore squilibrato ed altalenante, un amore da primi anni di università, quando le relazioni serie ti sembrano una follia che affatica la tua esistenza. Nella prima tranche del loro rapporto Giulio aveva messo tutte le sue energie su di lei, se n'era innamorato profondamente, ne aveva fatto la sua musa, e in seguito la sua malattia. Com'è chiaro in questi casi lei lo lasciò, lui ci stette malissimo e non le rivolse la parola. Ma poi, come la corteccia di questi odiosi alberi sempreverdi che si vedono dalla stanza di Roberta, tutto si è rigenerato, tutto ha riacquistato un suo equilibrio e ognuno s'è ripreso una sua dimensione. E' solo che  oggi proprio Roberta tornerebbe indietro, cancellerebbe quella breve telefonata: "Ciao Giulio, quanto tempo! Come stai? Sai che ho preso casa qua? Perchè non passi?" e se ne starebbe tutta sola, lei e le sue gote su quella finestra. Ma proprio ora vorrebbe cancellarla quella telefonata, mentre Giulio è sopra di lei e si dimena, cercando di entrare in sincronia col ritmo di Roberta, ostinandosi a pensare che Roberta in quel momento abbia voglia di seguire un ritmo. Si sa come vanno ste cose. Di lì a breve Giulio finisce, lei è distante e lui allora le chiede: "Cos'hai?" Tutto si complica se la risposta è: "Niente, dev'esserci per forza qualcosa, dev'essere straordinariamente bello o non può essere anche normale ogni tanto?"
Ecco, tutto si comincia a complicare, a quel punto. "Giulio, non lo so, è solo che sono fatta male, non riesco ad essere felice. Credo sia meglio non vedersi per un po', è da qualche giorno che ci penso, vivo questa cosa con ansia, non ci sto più bene dentro al rapporto. Credo che sarò più serena quando avrò trovato la mia di serenità e invece inseguo la serenità con te, cioè con me e te, fra me e te. Non trovi che sia meglio così?" Certo, Giulio la pensa esattamente così, ci mancherebbe, è lieto che ci sia sintonia anche nella dissoluzione del loro rapporto, nella disfatta totale del suo più profondo desiderio...certo, lo pensa, si si! Sti cazzi! Non passa poco tempo ma neanche una eternità: Giulio s'è rivestito e sta fumando una sigaretta, una di una lunga serie, per quel pomeriggio, ma sarà anche l'ultima delle sue che contribuirà ad ingiallire il lampadario di carta. Roberta lo accompagna alla porta e si sposta per evitare di lasciarsi baciare ed ora è di nuovo sola, ha la possibilità di costruirsi la sua serenità. Chiaramente per prima cosa mette in ordine la stanza ma subito dopo riappiccica le sue gote alla finestra, seguendo l'anomalia del suo orizzonte, Giulio che entra prepotentemente nel suo campo d'azione per uscirne immediatamente, la metafora di ciò che s'è appena compiuto. Non appena tutto torna al piattume di sempre, a quella rassicurante normalità, gli alberi, il macellaio etc, squilla il telefono: "Mamma, si, tutto bene, è uscito, non lo so, non penso che ci vedremo ancora, dai, poi ne parliamo, per favore, ho un'età, non sono una ragazzina, dai, smettila, vabbè, a domani."
La notte scorre veloce, Giulio chiama circa sei\sette volte ma la determinazione di Roberta vince sei\sette a zero, non gli risponde e s'addormenta con l'amaro in bocca, non pensa nè al vuoto nel suo letto nè a tutta una serie di cose che accompagnano regolarmente gli abbandoni. E' la sveglia a ridestare i suoi pensieri, oltre alle sue membra. La dolcezza che l'ha accompagnata in questi mesi aveva una forma, un nome, un volume specifico che non si relaziona più col suo spazio circostante. Al lavoro tutto funziona come sempre, le angherie delle colleghe invidiose, gli studenti svogliati e il brontolio dell'ora di pranzo che incalza. Nessun altro vuoto nell'esistenza di Roberta. Fa appena in tempo a salire su di un autobus che la conduca sotto il suo osservatorio privilegiato, alla fermata che tanto osserva dalla sua finestra. Il problema è che uno strano magnete non la scrolla dalla fermata, i suoi occhi ora fissano quella stanza, il vuoto di una stanza da cui ha sempre osservato il pieno di una strada desolata. E la desolazione s'è spostata lassù, al terzo piano, tra i contorni di una tonda finestra che le ha fatto scegliere questa casa piuttosto che un'altra, tra le trame del vetro da cui ama percepire l'esterno e da cui ora intravede la sua nuova vita. E' strano, strano forte a dirsi, ma le sembra di scorgere, malgrado la distanza, quella crepa nel muro, nascosta dall'arazzo, e le sembra che somigli adesso alla corteccia degli alberi che stanno sulla strada,  che segua la stessa direzione che probabilmente è la stessa che Giulio ha tracciato ieri nel voltare strada e andarsene coi pugni in tasca.

venerdì 17 giugno 2011

malinconia e infinita gioia


Ci sono storie che si raccontano per il puro gusto di raccontarle.
 Ci sono storie surreali di cui si prova gusto a raccontarle a prescindere da quanto possano essere lontanamente possibili o attinenti col reale.
 Ci sono anche storie assolutamente reali che a raccontarle pare  siano frutto d'invenzione della peggior fantasia da quattro soldi e di cui, in termini di piacere, non ci cacci un ragno dal buco. Ecco, purtroppo devo dire che oggi non cacceremo ragni dal buco, faremo in modo che la peggior fantasia abbia spazio tra queste righe e soprattutto racconteremo una storia assolutamente vera.
Non sono proprio un impiegato modello, non sono un dipendente che merita la parete dell'orgoglio precario  tra le mura del mio ufficio ma mi dò da fare e mi porto a casa un pezzetto di soddisfazione, proprio all'ora del pranzo, quando della soddisfazione puoi farne a meno e del salario da fame no! Ieri il capo mi dice che è giornata di corrispondenza, di rettifica di fatture e di consegne. Immediatamente la parola "consegne " mi ricorda che ci sono giorni come questi in cui smetto di fare un lavoro sedentario davanti ad un pc e mi si apre davanti un'avventura da quarto episodio di Indiana Jones, con tanto di tiranni che vogliono mangiarti il cuore dopo aver tentato di farti ammazzare dai nazisti. Allora chiudo con estrema grazia e indifferenza tutti i social network che tengo aperti mentre fingo di produrre, prendo le importantissime fatture, scartofie e cartacce da consegnare ad anonimi uomini o donne che non rivedrò mai più e attraverso la città, in bici, correndo decisamente più di un postino anni '60 di periferia. Riservo per ultima una fattura da rilasciare all'indirizzo più vicino al mio ufficio, lego la bici al solito posto e la attraverso con estrema malinconia, il suo indirizzo mi dirà sempre qualcosa, a prescindere da tutto. Mentre gioco ad incastrare la mia scarpa tra il mattonato che compone il marciapiede  evitando di toccarne i solchi e i confini, scandisco pian piano i numeri civici fino a scoprire con immensa sorpresa che sono arrivato al posto giusto. L'indirizzo corrisponde a quello scritto sulla fattura, mi accerto con cura grafologica, vorrei non credere che fosse davvero quello, e invece è proprio quello. L'indirizzo corrisponde a quello scritto nella mia memoria, mi accerto con cura mnemonica vorrei non credere che fosse davvero quello, e invece è proprio quello. Ricontrollo la città, magari il capo s'è sbagliato, ma niente da fare, mi tocca citofonare. Tutto parte dal rumore metallico del citofono, pensare che una cacofonia del genere possa avere un così forte potere evocativo mi pare assurdo. Allora, apertosi il portone la mia memoria anticipa i miei sensi, rivedo le scale, lo scorrimano, il pianerottolo attraverso il quale ci piaceva salutarci finchè uno dei due non si chiudeva la porta dietro le spalle, il colore dei suoi capelli, la melodia della sua voce e il sapore vivace della nostra complicità. Ad attendermi sull'uscio piuttosto trovo con non poco stupore una voluminosa figura greve e scura, con la barba incolta, insomma molto distante dai ricci che mi davano il benvenuto in quell'appartamento e di cui ero viziatamente abituato. E' simpatico il proprietario del B&B a cui devo consegnare la fattura; decide infatti di offrirmi subito qualcosa da bere e seguo la sua andatura lungo un corridoio che probabilmente ho percorso più volte di lui. In poco meno di trenta secondi ho il tempo di terminare la mia consegna e di fare in modo che il tipo si renda conto che c'è qualcosa che non va, mi muovo dentro la sua attività lavorativa con familiarità, slancio, disinvoltura, si rende conto insomma che io in quel posto ci sono già stato. Con estrema naturalezza mi chiede dunque se sono già stato a pernottare nel suo B&B e immagino il mio volto assolutamente inebetito dalla sua domanda. "Certo che ci ho già dormito"rispondo io, "centinaia di pernottamenti, l'alloggio più accogliente per un viaggiatore, il rifugio più sensuale, l'alcova più intima.... Ma sono certo che la colazione che servite non è buona come un tempo".